30 Marzo 2020
Di Pasquale Russo Medium.com
Si sta scatenando in Italia il dibattito su quando finirà questa forma di limitazione delle libertà individuali indicando come al solito le buone prove di altre Nazioni che sarebbero state più capaci di gestire la crisi, di avere meno morti e meno costi economici
In particolare si sottolinea la performance della Sud Corea che ha immediatamente circoscritto i focolai e gli individui facendo oltre 380.000 tamponi individuando i positivi e tracciandoli trasferendo a tutti i cittadini con un’app la loro vicinanza a meno di 100 metri da un individuo positivo al coronavirus.
Ricordiamo che la Sud Corea ha circa 52 milioni di abitanti ed il primo caso è avvenuto il 20 Gennaio.
In Italia partendo circa una settimana dopo ha effettuato ad oggi circa 430.000 tamponi su una popolazione di 60 milioni di abitanti.
Il rapporto della Sud Corea è un tampone ogni 136 abitanti mentre per l’Italia è un tampone ogni 139 abitanti.
Si consideri inoltre che circa 300.000 tamponi sono stati effettuati nelle Regioni del Nord Italia la cui popolazione è pari a 28 milioni, cioè nelle regioni del Nord sono stati effettuati tamponi ogni 95 abitanti, molto superiori a qualsiasi parte del mondo individuando così 74.000 positivi al coronavirus.
Questo dovrebbe far riflettere su cosa sia successo nel Nord Italia e sulla probabile ipotesi che la contagiosità sia stata di un fattore 10 volte superiore a quanto avvenuto negli altri luoghi dove è scoppiata la pandemia.
Non si sarebbe in nessun modo potuto contenere la contagiosità se non con un totale lockdown e non sarebbe stato possibile pensare ad una tecnologia di tracciamento e di distanziamento in così breve tempo e con un emergenza sanitaria da risolvere.
La situazione fotografata al 28 Marzo è la seguente (fonte Protezione civile):
Inoltre a maggior ragione dei 10.000 morti per coronavirus o con coronavirus soltanto il 10% si concentra nel Centro nel Sud nelle Isole.
La situazione italiana sarà da studiare in maniera approfondita e con un approccio scientifico nel futuro, anche perché non esistendo un protocollo internazionale per stabilire le cause di morte in questa pandemia, appaiono incomprensibili le differenze di letalità fra le diverse aree del globo.
Per finire e tornare al titolo, mi ha molto colpito l’intervista rilasciata due giorni, il 26 Marzo, fa dal dott. Antony Fauci al campione del NBA Stephen Curry su Instagram.
Anthony Stephen Fauci che abbiamo visto alle spalle di Trump nelle conferenze stampa è un immunologo statunitense di origini italiane che ha fornito contributi fondamentali nel campo della ricerca sull’AIDS e altre immunodeficienze, sia come scienziato, sia come capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases.
Ha lavorato a stretto contatto con l’ex presidente Barack Obama durante l’epidemia di Ebola e l’ex presidente George HW Bush ha definito Fauci il suo eroe in un dibattito del 1988.
Fauci ha dato contributi fondamentali nella comprensione di come il virus dell’AIDS distrugga le difese immunitarie del corpo, ha anche delineato il meccanismo di induzione dell’espressione del virus HIV da parte di citochine endogene, le stesse che reagendo al coronavirus portano alla morte le persone.
Quindi possiamo ritenere che sia uno scienziato che sa cosa dice quando parla.
Ebbene Stephen Curry gli ha chiesto: La domanda nella mente di tutti è quando possiamo tornare alla normalità?
Fauci ha risposto: Abbiamo bisogno che la traiettoria della curva inizi a scendere. La Cina ha iniziato a farlo ora, ma è necessario fare attenzione a non reintrodurre il virus. Possiamo pensare di tornare a un certo grado di normalità quando il Paese nel suo insieme ha girato l’angolo e il contagio ha iniziato a calare. A quel punto possiamo individuare i singoli casi e controllarli e non essere sopraffatti da un numero ingestibile di casi.
In questa risposta c’è anche quella per noi italiani, la curva del contagio deve iniziare a scendere dappertutto e non solo in qualche zona dell’Italia perché il virus può riprendere rapidamente quota spargendosi di nuovo dappertutto.
Quando i casi saranno numericamente ridotti allora sarà possibile controllarli e gestirli attraverso un sistema tecnologico che consenta ai non contagiati di proteggersi mantenendo una distanza di sicurezza fisica dai cittadini positivi al coronavirus.
Non parla di mettere sotto controllo tutto il popolo americano, rifiuta uno Stato omnisciente.
Se posso fare una previsione credo, in base agli approcci empirici e ai modelli matematici, che l’Italia abbia bisogno di altre tre settimane di chiusura totale, nel frattempo deve attivare un sistema di controllo dei positivi rapido, poco costoso e diffuso su tutto il territorio quindi a quel punto attivare il controllo dei cittadini positivi affinché il contagio non si diffonda.
Anche perché lo scienziato Fauci dice che probabilmente questo virus è ciclico e potrebbe riapparire con la stagione invernale e quindi dovremo farci trovare preparati per una ulteriore sua diffusione.
Bisogna assumere il dato che questa pandemia terminerà con la scoperta del vaccino, solo a quel punto torneremo alla normalità che probabilmente sarà diversa da quella che avevamo, perché sarà cambiato il Mondo.
03 Marzo 2020
Di Pasquale Russo da Affari Italiani
Il COVID-19 è il Cigno Nero per l’economia mondiale basta guardare le previsioni riportate nella. fig. 1. Il Mondo sarebbe cresciuto del 3,4% soprattutto dovuto alla crescita dell’Asia e dell’Africa. Nessuno se l’aspettava, nessuno può oggi prevedere l’impatto che avrà. A mia opinione analizzando quanto affermato dai più importanti Think Tank, valutando lo stato da cui si partiva, credo che l’Italia avrà un impatto superiore al 5% del PIL pari ad una perdita di 70/80 MLD e provo a dimostrarlo.
Partiamo con un po’ di dati pubblicati negli ultimi tempi.
Per comprendere bene l’impatto sull’economia italiana della crisi causata dal coronavirus covid-19 è necessario ricordare da dove partiamo, rispetto l’anno ante-crisi (2007) dobbiamo ancora recuperare 4,2 punti percentuali di PIL e ben 19,2 punti di investimenti. A distanza di 10 anni (2009) inoltre, i consumi delle famiglie sono inferiori di 1,9 punti e il reddito disponibile, sempre delle famiglie, è in calo di 6,8. In materia di lavoro, l’occupazione è aumentata dell’1,7 per cento, mentre il tasso di disoccupazione è cresciuto dell’84,4 per cento. Se, infatti, nel 2007 il tasso di coloro che era alla ricerca di un’occupazione si attestava al 6,1 per cento, nel 2018 è salito al 10,5 per cento (dato ancora ufficioso). Invece l’export a distanza di un decennio è cresciuto con le vendite all’estero del + 13,9 per cento (fonte ISTAT)
Poche settimane fa l’ISTAT affermava che il PIL a Dicembre 2019. era stato del -2,7% su mese e -4,3% su anno, comunque il calo peggiore da un anno all’altro e molto al di sotto delle attese degli economisti. Ma soprattutto nell’intero 2019 la produzione era tornata a scendere (-1,3%) dopo 5 anni con -13,9% per l’auto, dato peggiore dal 2012. L’ISTAT poche settimane fa pronosticava che sarebbe stata difficile un’inversione di tendenza del PIL nel primo trimestre 2020.
Infine bisogna fare riferimento che sempre secondo quanto riporta l’ISTAT, il PIL dell’Italia nel 2017 – ultimo anno per cui ci sono i dati ripartiti per regioni – la Lombardia ha contribuito per 383,2 miliardi, il Veneto per 162,5 miliardi, l’Emilia-Romagna per 157,2 miliardi. Dunque, sommando i dati delle tre regioni, risulta un contributo al PIL nazionale pari a circa 703 miliardi di euro. In percentuale rispetto al PIL si tratta del 40,1%, Insomma le tre Regioni del Nord Italia sono come la. la Cina la Corea e l’India per il Mondo.
Infine la Confesercenti stima una perdita di circa 3,9 miliardi di consumi se la crisi sarà limitata nel tempo e spiega che avrà conseguenze pesanti sul tessuto imprenditoriale: potrebbe portare alla chiusura di circa 15 mila piccole imprese in tutti i settori, dalla ristorazione alla ricettività, passando per il settore distributivo e i servizi.
Secondo Bank of America la crescita economica globale nel 2020 sarà probabilmente la peggiore dopo la Grande Recessione a causa diversi eventi a cominciare dal coronavirus ma anche altri quali le elezioni presidenziali e la conseguente incertezza per un cambio di politica economica che porterà gli investitori ad essere conservativi.
Sempre secondo Bank of America La crescita del prodotto interno lordo in tutto il mondo dovrebbe rallentare al 2,8% per il 2020 Cina compresa mentre sarebbe del 2,2% senza la Cina.
Infine Bank of America afferma che l’economia mondiale è molto debole per affrontare una crisi cosi forte e lascia intendere che i risultati potranno essere peggiori di quelli previsti. Stiamo affrontando la prima crisi della supply chain mondiale.
Per l’Italia proviamo a vedere quanto vale il settore del Turismo con la fig. 2 di fonte ISTAT riferito al 2015, guardando come il turismo impatta su segmenti di economia, dalle agenzie turistiche ai ristoranti, ai voli aerei, ecc. ecc.
Ora si può dedurre che la crisi del COVID -19, per l’Italia impatta su alcune principali settori di attività quali: Turismo, Commercio Internazionale, Industria, Agroalimentare, Fashion.
TURISMO
In Italia, il segmento del turismo vale in totale 146 miliardi di euro: una cifra pari al 12% del Pil, con 216mila esercizi ricettivi e 12mila agenzie di viaggio. Al momento Napoli ha perso 15mila visitatori e attende una disdetta del 30% delle prenotazioni sotto Pasqua, a fronte del -40% subito da Venezia dopo la cancellazione del Carnevale e il crollo del 60–70% delle prenotazioni incassato dal Lazio anche nei mesi dopo la festività. Milano, sul “debooking” ha picchi dell’80%, mentre la riviera romagnola ha cali record per la stagione estiva. Una stima «prudenziale» di Federturismo, l’associazione di categoria, stima una perdita di 5 miliardi di euro su scala nazionale.
INDUSTRIA
Quasi 6.000 i lavoratori metalmeccanici lombardi sono fermi la maggior parte sono dipendenti di imprese della “zona rossa”, ma sono fortemente interessate anche le aziende industriali di Bergamo, Milano e Cremona. A fine 2019 erano 17.288 i lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione ordinaria, straordinaria e licenziamenti, in crescita del 79% rispetto allo stesso periodo del 2018, non potrà che peggiorare questo dato.
COMMERCIO INTERNAZIONALE
Le vendite all’estero delle tre Regioni. valgono un totale di 138 miliardi di euro a fronte di un volume complessivo di esportazioni pari a 465 miliardi di euro.
AGROALIMENTARE
Una stima di Coldiretti su dati ISTAT ha rilevato un calo dell’11,9% delle esportazioni di prodotti italiani in Cina.
FASHION
La crisi COVID-19 ha messo in chiara difficoltà la moda italiana. La Camera della Moda prevede perdite pari all’1,8% all’inizio di febbraio 2020, ora i danni rischiano di essere molto più alti.
Infine bisogna mettere in conto i consumi interni cadranno per due motivi, il primo dovuto al cambiamento dei comportamenti dei singoli cittadini i quali oltre a ridurre i consumi per motivi sanitari, li ridurranno anche per incertezze legate al futuro. Servirebbe uno ricerca di economia cognitiva per prevedere cosa potrà accadere. Per fortuna l’Italia è ancora un’economia fortemente manifatturiera, perché cosa succede ad un’economia di servizi se le persone non possono viaggiare in sicurezza, fare shopping ed andare al lavoro nessuno lo sa.
Il secondo per l’impatto della crisi mondiale sulla già debole economia italiana e sulle famiglie basso reddito soprattutto del Sud Italia che vedranno sparire anche molti lavori stagionali.
Il Cigno nero del COVID-19 sta ancora circolando nel mondo, se attacca gli Stati Uniti, la prima economia del mondo, sarà davvero brutto. Il sistema sanitario pubblico italiano sta dimostrando che nonostante il disastro provocato dalle leggi finanziarie degli ultimi dieci anni è quello che ci sta salvando. Negli Stati Uniti in assenza di qualsiasi tutela sanitaria universale e in assenza di copertura del congedo per malattia, temo che potrebbe accadere una catastrofe. Si pensi che un cittadino della California che è andato a farsi un test perché aveva il timore di aver contratto il coronavirus, ha pagato 3270 dollari. Reputo che non molti andranno a farsi visitare.
I modi e gli interventi per superare questa crisi e tutelare le persone, saranno la cartina tornasole delle società umane e quelle disumane, bisogna impedire un crollo della domanda e se non si metteranno a disposizione delle imprese e dei consumatori almeno 30 miliardi di euro, (53 mld è il debito che la PA ha verso le imprese)l’Italia non ce la farà, sembra una previsione fosca, invece è una pre-occupazione, cioè per occuparsi prima che problema diventi irrisolvibile.
02 Dicembre 2019
di Pasquale Russo
E’ questa la sintesi del rapporto Alston che lo scorso 11 ottobre il Segretario generale delle Nazioni Unite ha trasmesso all’Assemblea generale sulla povertà estrema e i diritti umani: Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of the right to freedom of opinion and expression”
L’analisi effettuata in molti paesi del Globo è senza appello, a cominciare dall’India che ha realizzato Aadhaar il più grande sistema di identificazione biometrica del mondo: raccoglie i dati anagrafici, la fotografia, le impronte digitali e l’immagine dell’iride di oltre 1,2 miliardi cittadini indiani. Per i cittadini indiani possedere la Aadhaar card è essenziale per accedere ai servizi pubblici, quali le cure mediche, l’istruzione, il pagamento delle tasse. Dal 2009 quando è partito Aadhaar ha permesso di raggiungere l’obiettivo della registrazione delle nascite e stabilire l’identità legale di tutti cittadini e ha consentito di risolvere il furto di identità e il suo uso fraudolento.
Ma nello stesso tempo milioni di famiglie povere che non in grado di gestire e forse comprendere questa registrazione digitale si sono viste negare le razioni di cibo distribuite gratuitamente e nonostante la loro povertà fosse evidente alle persone che distribuivano il cibo, Aadhaar lo negava loro. Tant’è che il Governo è stato costretto a restituire la capacità di discernere, se dare o non dare il cibo, alle persone della distribuzione.
In un secondo caso il Governo del Kenya ha obbligato tutti i cittadini e i residenti nel paese a dotarsi di un documento di riconoscimento per poter accedere ai servizi sociali attraverso la registrazione di impronte digitali, scansione della retina e dell’iride e di un campione vocale e uno di DNA. Il rischio è che un terzo della popolazione che non si è registrato per le innegabili condizioni locali (ad es. assenza di Internet) non acceda ai servizi sanitari e di welfare anche per l’incapacità di gestire/ comprendere questi sistemi.
«I soggetti più vulnerabili — scrive Alston — solitamente non vengono coinvolti nell’elaborazione dei sistemi IT e i professionisti di questo settore non hanno gli strumenti per anticipare i problemi che questi potrebbero sollevare», poi aggiunge: «i sistemi di protezione sociale e assistenza sono sempre più spesso guidati dai dati e le tecnologie sono usate per automatizzare, predire, identificare, stimare, individuare e punire, l’obiettivo appare essere la riduzione della spesa sociale, l’istituzione di sistemi di sorveglianza governativa invadente e la generazione di profitti per aziende private.” In aggiunta «In misura maggiore rispetto al passato, l’attuale stato sociale digitale è spesso sostenuto dal presupposto di partenza che l’individuo non è un titolare dei diritti, ma piuttosto un richiedente. In tale veste, una persona deve convincere chi prende le decisioni che è “meritevole”, che soddisfa i criteri di ammissibilità. E gran parte di ciò deve avvenire per via elettronica, a prescindere dalle competenze del richiedente in tale ambito».
Ma non solo i Paesi dove si stanno facendo raccolte di massa di dati biometrici e DNA come in Kenia, Sudafrica, Argentina, Bangladesh, Cile, Irlanda, Giamaica, Malesia, Filippine e Stati Uniti, ma anche in Italia, dove il GDPR tutela i cittadini sui dati biometrici, 18 milioni di persone non hanno mai usato internet nell’ultimo anno e di solito hanno la licenza media ed elementare, spesso hanno più di 55 anni potrebbero avere problemi e addirittura nel Regno Unito sono 11 milioni coloro che non hanno competenze digitali.
Bisogna comprendere che l’Intelligenza Artificiale che genera la “visione algoritmica” non deve sostituire la capacità di discernere dell’essere umano, in qualsiasi settore essa sia inserita, deve aiutare l’analisi, ma non deve prendere decisioni soprattutto quando c’è in gioco la vita umana come avviene per la sanità, per gestione della povertà, per il welfare in generale, altrimenti come riferito dal Guardian a causa del malfunzionamento di un sensore biometrico, l’impronta digitale di Motka Majhi non è stata riconosciuta dalla macchina che quindi non gli ha erogato il cibo necessario ala sua sussistenza; il 22 maggio Motka Majhi è morto, secondo i suoi parenti a causa della fame. Rischiamo di avere i primi omicidi delle Intelligenze Artificiali.
Coloro che sono studiosi, progettisti, realizzatori di algoritmi cosiddetti intelligenti abbiamo bene in mente ciò come elemento etico centrale.
6 SETTEMBRE 2018
La Link Campus University ospiterà, il prossimo 25 settembre 2018, la final conference del progetto BRISWA (www.briswa.eu).
Il progetto BRISWA, co-finanziato dal commissione europea con il programma ERASMUS + SPORT (COLLABORATIVE PARTNERSHIP - GA 2016-3060), si compone di un partenariato di 6 istituzioni del mondo sportivo con l'obiettivo di analizzare, comprendere e definire scientificamente, attraverso l'utilizzo di moderni approcci scientifici, nuove policy efficaci per comprendere e mitigare il problema del razzismo nel mondo dello sport ed in particolare in quello del calcio, cosi come la formazione di nuove figure professionali in tale ambito.
Il progetto BRISWA ha agito anche attraverso vaste campagne mediatiche di sensibilizzazione del pubblico, affrontando il problema del razzismo in modo diretto e cercando di diffondere un messaggio di uguaglianza tra razze, generi, religioni, ecc. sopratutto tra i tifosi ed i giovani calciatori che saranno i cittadini del domani.
Alla final conference del progetto BRISWA parteciperanno importanti figure sportive dal tenore nazionale e internazionale, oltre ad illustri personalità accademiche facenti parti dell'area sociologica e psicologica. Durante l'evento verranno presentati i risultati più rilevanti, spiegando con quale modus operandi si è affrontato ed analizzato il tema del razzismo, descrivendo altresì l'approccio scientifico adottato durante l'intero ciclo di vita del progetto.
Inoltre si discuterà sulla possibilità di utilizzare il medesimo approccio per identificare e valutare nuove politiche di mitigazione di un fenomeno che sta purtroppo manifestandosi sempre piu spesso.
Ultimo, ma non meno importante, saranno presentate le linee guida del corso di formazione che il progetto BRISWA ha sviluppato, insieme ad un elenco di organizzazioni che hanno manifestato il loro interesse ad adottarlo per la loro formazione interna sul problema del razzismo.
L'evento sarà completamente gratuito e per riservare il proprio posto basta inviare una e-mail di richiesta al seguente indirizzo di posta elettronica: info@briswa.eu
Per ulteriori informazioni e l'agenda dell'evento visitate la pagina web ufficiale al seguente URL: http://www.briswa.eu/events/international-workshop/final-conference.html
01 Luglio 2019
L’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, coadiuvata dal Centro Studi Americani, promuove ed indice una selezione per titoli per l’attribuzione di n. 60 posti per la frequenza e la partecipazione gratuita a un Programma di studio e di approfondimento della durata di un anno - dal novembre 2019 al novembre 2020 - sul sistema politico-istituzionale statunitense in vista delle elezioni presidenziali del 3 novembre 2020, denominato “#INSIDEUSA2020: THE UNITED STATES PRESIDENTIAL ELECTION 2020 MASTER PROGRAM”.
Il Programma, curato dal punto di vista scientifico dal Prof. Francesco Clementi (Università degli Studi di Perugia) e dal Prof. Gianluca Passarelli (Sapienza Università di Roma), è destinato a cittadini italiani che non abbiano superato il 28° anno di età al 31 luglio 2019, e che siano studenti della laurea magistrale o che siano già laureati in uno dei seguenti ambiti: Scienze Politiche, Giurisprudenza, Economia, Lettere e Scienze della Comunicazione.
Il Programma prevede un ciclo di lezioni a cadenza fissa e a frequenza obbligatoria (un incontro al mese, il venerdì dalle 15,30 alle 18,30 circa, variamente articolato al suo interno) da tenersi a Roma, presso la sede del Centro Studi Americani (via Michelangelo Caetani, 32).
L’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia rilascerà un attestato di partecipazione, con l’indicazione della votazione, valido a tutti i fini di legge, a tutti coloro che avranno frequentato almeno il 90% degli incontri organizzati. Sarà possibile concorrere — per i frequentanti più meritevoli, selezionati durante il Programma tramite appositi momenti di verifica dell’apprendimento (test, brevi saggi, relazioni, mock panel discussions) — all’assegnazione di massimo 5 borse messe a disposizione dal Dipartimento di Stato per un programma negli Stati Uniti della durata di una settimana, per poter assistere ad eventi legati alla campagna elettorale per le Elezioni Presidenziali 2020.
DOMANDA La domanda di ammissione al Programma, per coloro che rientrano nell’ambito dei requisiti di partecipazione già indicati, deve essere compilata esclusivamente tramite il form on-line disponibile sulla pagina web, al quale allegare, in formato Adobe Acrobat, a pena di esclusione: (a) un curriculum in formato europeo (non superiore a 3 pagine); (b) una sola attestazione (quella che si ritiene più rilevante) o un’autocertificazione di conoscenza della lingua inglese; La scadenza per presentare la domanda è fissata al 31 luglio 2019.
VALUTAZIONE Una Commissione, composta dai responsabili scientifici del Programma e da rappresentanti dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, procederà a valutare le domande ed a formulare una graduatoria. Il giudizio espresso dalla Commissione è insindacabile. In caso di rinuncia o di decadenza degli aventi diritto subentrano altri candidati idonei, secondo l’ordine di graduatoria e fino all’esaurimento dei posti disponibili. Soltanto i vincitori riceveranno una risposta entro il 27 settembre 2019.
Per maggiori informazioni clicca qui Scarica la locandina.
A partire dal 25 maggio 2018 è direttamente applicabile in tutti gli Stati membri il Regolamento Ue 2016/679, noto come GDPR (General Data Protection Regulation) – relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali.
Il GDPR nasce da precise esigenze, come indicato dalla stessa Commissione Ue, di certezza giuridica, di armonizzazione e maggiore semplicità delle norme riguardanti il trasferimento di dati personali dall’Ue verso altre parti del mondo. Si tratta poi di una risposta, necessaria e urgente, alle sfide poste dagli sviluppi tecnologici tenendo conto delle esigenze di tutela dei dati personali sempre più avvertite dai cittadini Ue.
Gli obiettivi principali della Commissione europea del GDPR sono anche quelli di restituire ai cittadini il controllo dei propri dati personali e di semplificare il contesto normativo dentro l'UE.
Con il GDPR:
si introducono regole più chiare su informativa e consenso; vengono definiti i limiti al trattamento automatizzato dei dati personali; poste le basi per l’esercizio di nuovi diritti; stabiliti criteri rigorosi per il trasferimento degli stessi al di fuori dell’Ue; fissate norme rigorose per i casi di violazione dei dati (data breach); le norme si applicano anche alle imprese situate fuori dall’Unione europea che offrono servizi o prodotti all’interno del mercato Ue.
Per adempiere agli obblighi previsti dal GDPR, l’Università degli Studi Link Campus University si è dotata di nuove e specifiche informative, diverse a seconda della tipologia di interessati (potenziali studenti, studenti, docenti e collaboratori).
Inoltre l’Ateneo ha già accolto tutte le innovazioni introdotte dal Regolamento, partendo da quelle poste in essere sino ad oggi per adeguarsi al Decreto Legislativo 196/2003, noto come ‘Testo unico sulla privacy’.
Per quanto attiene la disciplina per i trattamenti senza l’ausilio di processi automatizzati, è stato costituito un archivio opportunamente organizzato, in cui la documentazione cartacea è separata a seconda delle categorie di dati personali a che contiene.
Le politiche per la gestione in sicurezza delle risorse garantiscono la sicurezza fisica delle infrastrutture ospitanti, sia in termini di gestione delle emergenze che di prevenzione dalle intrusioni.
L'attuale Policy Privacy è consultabile al seguente link
18 Giugno 2019
di Vincenzo Scotti
L’insufficiente crescita dell’economia italiana e l’elevato debito pubblico sono tra i problemi principali all’attenzione di chi oggi è chiamato, al più alto livello di responsabilità politica, a definire le linee strategiche di intervento per lo sviluppo economico del Paese. E’ evidente, infatti, che il sentiero stretto entro il quale si muove l’economia italiana rischia di restringersi ulteriormente, con conseguenze oggi difficilmente prevedibili ma tutte inevitabilmente di segno negativo, se non verranno prese misure urgenti, ma direi anche innovative rispetto a quanto fatto sino ad oggi, per riprendere il cammino della crescita e disporre delle risorse necessarie ad abbattere il debito.
Per tale motivo, La Link Campus University, ritenendo utile approfondire tali temi e offrire un contributo propositivo ha pubblicato, con la propria University Press – Eurilink - un volume dal titolo “Democrazia e Crescita. Una proposta per uscire dalla trappola del debito”, di Gianfranco Leonetti e Umberto Triulzi oltre a programmare la costituzione, al suo interno di un laboratorio di analisi , “ A Long Term investment Unit “ affidato ai due economisti, con l’obiettivo di creare e sostenere occasioni di incontro e di riflessione tra esperti di settori diversi sui temi del debito e della crescita.
Si può uscire dalla trappola del debito ricostituendo un rinnovato rapporto tra finanza ed economia reale? è questa la domanda a cui cercano di rispondere i due autori con una proposta di ripresa della crescita dell’economia italiana, costruita anche sul concorso e la partecipazione finanziaria di più operatori pubblici e privati.
La proposta di Leonetti-Triulzi è particolarmente interessante perché centrata su due aspetti innovativi: affrontare l’abbattimento del debito” non svendendo il nostro patrimonio ma conferendolo in una grande iniziativa industriale con la partecipazione della finanza e del risparmio e costruire un collegamento funzionale con il sistema finanziario, l’unico vero detentore delle risorse necessarie per riprendere ad investire nei settori portanti dell’economia italiana e assicurare la sostenibilità del debito.
Si tratta di una proposta che ha l’intento di ridare centralità al ruolo innovatore dello Stato e di recuperare un dialogo tra economia e finanza da tempo interrotto al fine di evitare che l’elevato debito pubblico italiano sposti definitivamente la sovranità dal popolo ai mercati. Se questi sono gli obiettivi, nessuno, singoli cittadini, operatori finanziari, imprese, istituzioni pubbliche e private, può sentirsi escluso da questa sfida, per riprendere a crescere, per la costruzione di un nuovo rapporto tra capitale e lavoro e per la riduzione del debito pubblico.
La Link Campus University ha accolto con favore la presentazione di questa proposta perché ritiene che sia oggi necessario promuovere soluzioni innovative in grado di ottenere l’interesse ed il consenso di più operatori. La questione del debito è centrale per assicurare la ripresa economica dell’Italia. Come centrali sono la crescita e il benessere. Prima iniziamo a confrontarci e a discutere proposte simili, anche apportando le integrazioni che riteniamo siano necessarie, prima saremo in grado di riportare l’Italia nel novero degli Stati membri dell’Eurozona con debiti non eccessivi.
Giovedì 20 giugno 2019 alle ore 10:00, gli autori presenteranno il libro "Democrazia e crescita. Una proposta per uscire dalla trappola del debito", seguito da una tavola rotonda e dibattito.
19 Ottobre 2022
La rete può trasformare una notizia vecchia, superata e non necessariamente vera in una specie di gogna perpetua per chi ne è coinvolto. Una tutela c’è, ma non sempre è facile attivarla. “Casi e questioni di diritto all’oblio” è il titolo di un volume curato da Giulio Ramaccioni e presentato all’Università degli Studi Link in collaborazione con Digital Lex - Difesa della reputazione online. “La materia del diritto all’oblio - ha spiegato Ramaccioni, docente di Diritto Minorile e Diritto della Privacy presso l’Università degli Studi eCampus - è piuttosto recente e ancora non completamente approfondita. Riguarda la possibilità per chiunque di essere dimenticato dal web e deve necessariamente bilanciarsi con l’esercizio del diritto di cronaca, dettato dall’interesse pubblico all’informazione”.
Il libro si presenta come un’antologia di casi inediti che riguardano tutti l’esercizio, in concreto, del diritto all’oblio e che sono stati risolti in via stragiudiziale con la cancellazione o la deindicizzazione dei link che contenevano gli articoli online contestati. Alla presentazione, introdotta dal rettore dell’Università Link, Carlo Alberto Giusti, ha preso parte anche l’avvocato Cesare Salvi, autore della prefazione. “Il diritto all’oblio - ha detto - è una manifestazione del diritto alla riservatezza, ma con una peculiarità legata al decorso del tempo, che può determinare il venir meno delle ragioni di legittimità della divulgazione della notizia facendo riemergere l’esigenza prioritaria di tutela del diritto della persona interessata”.
Un problema che ha molte sfaccettature, ma che solo apparentemente si inserisce nei cosiddetti “nuovi diritti”. “In realtà - ha chiarito Roberto Russo, giurista e direttore generale della Link - la Carta costituzionale già tutela il cittadino anche su questo aspetto. Ad essere nuova è la minaccia, perché il web la rende molto più forte”. “Nell'era di internet - -gli ha fatto eco Eugenio Cipolla, avvocato esperto in materia di privacy - le notizie arrivano velocemente ovunque, ma spariscono lentamente. Riuscire ad eliminarle è estremamente complesso e difficile. Il risarcimento del danno provocato dalla diffusione di materiale online può essere richiesto, è un diritto certamente, ma non sempre viene concesso e non serve a sanare le ferite causate dalla diffusione del materiale”.
18 Marzo 2019
di Andrea Pezzati da Geopolitica.info
Freedom House è un’organizzazione non governativa con sede a Washington D.C. che si occupa di condurre ricerche e analisi sulla democrazia, sulla libertà politica e sui diritti umani. Il suo contributo più noto è la pubblicazione annuale di un report chiamato Freedom in the World, in cui viene valutato il livello di libertà, politica e civile, presente in ciascun paese del mondo. Ogni stato viene classificato come Free, Partly Free o Not Free in base al punteggio ottenuto (da 1, Most Free, a 7, Least Free).
Il 2018 ha rappresentato una triste costante: per il tredicesimo anno consecutivo la libertà nel mondo ha subito un calo generale. Infatti, dal 2006 la percentuale di paesi Not Free è aumentata dal 14% al 26% mentre la percentuale dei paesi Free è diminuita dal 46% al 44%. I paesi Not Free hanno mantenuto le loro caratteristiche autoritarie: violenze e incarcerazioni di oppositori politici, censura della stampa, corruzione dilagante, libertà politiche e di espressione molto limitate, uso della forza per reprimere manifestazioni di dissenso, scarsa separazione dei poteri, per citarne alcune. Sono dieci gli stati che hanno il punteggio massimo di 7: Arabia Saudita, Corea del Nord, Eritrea, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Turkmenistan. I paesi che hanno sperimentato un miglioramento sono Angola, Armenia, Ecuador, Etiopia e Malesia in quanto i loro governi sono stati capaci di attuare riforme economiche e sociali che hanno innalzato la qualità della vita della popolazione. Bisogna precisare che ciò non significa che hanno raggiunto necessariamente adeguati livelli di libertà. L’Angola, ad esempio, è passata da un punteggio di 6 nel 2018 a un punteggio di 5.5 nel 2019, rimanendo, quindi, classificata come Not Free.
In generale, nel 2018, sono 68 i paesi che hanno subito un declino nel punteggio mentre sono 50 coloro che hanno visto crescere il proprio. Questa differenza può essere ritenuta ancora più allarmante se si considera che solamente il 39% della popolazione mondiale abita in uno stato Free, contro il 37% e il 24% che abitano rispettivamente in stati Not Free e Partly Free. Dunque, meno di una persona su due nel mondo gode delle piene libertà politiche e civili previste dalla democrazia.
In ogni report, Freedom House analizza la situazione di alcuni paesi ritenuti meritevoli di attenzione. Gli Stati Uniti, roccaforte della democrazia, restano saldamente un paese Free con un punteggio di 1.5. Tuttavia, il report afferma che lo stato di diritto nel paese americano è in declino a causa delle politiche governative riguardanti l’immigrazione, giudicate rigide e confusionarie, e della diffusa discriminazione nei confronti dei rifugiati e dei migranti. Gli Stati Uniti si posizionano dietro 51 degli 87 paesi Free. L’Armenia ha avuto un’importante svolta democratica con l’elezione a Primo Ministro di Nikol Pashinyan in seguito alla Rivoluzione di Velluto, culminata con le dimissioni dell’ex Presidente della Repubblica e allora Primo Ministro Serž Sargsyan. Le passate dichiarazioni del neoeletto Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, potrebbero far pensare a un possibile passo indietro nei diritti umani e nella democrazia. La Cambogia è sempre più autoritaria, in quanto il Presidente Hun Sen ha eliminato l’opposizione e censurato i media. Paul Biya, Presidente del Camerun dal 1982, ha nuovamente esteso il suo mandato (il settimo) attraverso elezioni giudicate truccate; inoltre, la popolazione anglofona subisce oppressioni e viene emarginata, con il rischio dello scoppio di una guerra civile. La Cina continua le persecuzioni e le detenzioni forzate presso “centri di rieducazione” nei confronti del popolo Uiguro. L’Etiopia vede finalmente la luce: il nuovo Primo Ministro Abiy Ahmed Ali ha concluso un trattato di pace fondamentale con l’Eritrea, portando a termine un conflitto iniziato nel 1998; inoltre, ha liberato migliaia di prigionieri politici, posto fine allo stato di emergenza, licenziato funzionari colpevoli di violazioni di diritti umani e promosso riforme economiche e sociali. L’Iraq ha eletto in maniera democratica il suo ottavo Presidente, Barham Ṣāliḥ. Il Presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena ha unilateralmente licenziato il Primo Ministro Ranil Wickremesinghe e sciolto il Parlamento, aprendo una grave crisi politica. In Tanzania il governo ha posto agli arresti gli oppositori politici, soffocato le manifestazioni di protesta e consolidato il potere del partito al governo.
Vi sono alcuni paesi che hanno visto mutare il loro status. L’Ungheria è passata da Free a Partly Free a causa dei continui attacchi alle istituzioni democratiche da parte del Primo Ministro Viktor Orbán e del suo partito, accusati di reprimere l’opposizione, i media, i gruppi religiosi, le associazioni, i richiedenti asilo e altri. Il Nicaragua è diventato un paese Not Free a causa della violenta repressione del governo nei confronti della popolazione scesa nelle piazze a manifestare il proprio dissenso; anche i gruppi religiosi e gli oppositori politici sono presi di mira, vengono arrestati o uccisi dai soldati dell’esercito governativo. A causa di dubbi sulla correttezza delle elezioni politiche e del tentativo da parte del governo e dei media alleati di emarginare i giornalistici critici, la Serbia passa da Free a Partly Free. Presidente dell’Uganda dal 1986, Yoweri Museveni ha limitato la libertà di espressione, mettendo sotto controllo le telecomunicazioni e ponendo una tassa sull’utilizzo dei social media; per questo il paese è divenuto Not Free. Infine, lo Zimbabwe ha migliorato il proprio punteggio progredendo da Not Free a Partly Free poiché il Presidente Emmerson Mnangagwa è stato eletto legittimamente.
Ricapitolando, tra il 2006 e l’inizio del 2019, 116 paesi hanno subito un declino netto delle libertà e della democrazia, mentre solo 63 paesi hanno avuto un netto miglioramento. Secondo Freedom House, il deterioramento delle regole democratiche deriva da diversi fattori. I processi elettorali sono peggiorati più di qualsiasi altra misura di libertà. I limiti temporali dei mandati non sono stati rispettati da 34 leader politici negli ultimi 13 anni. La libertà di espressione è in costante declino da anni. La sicurezza degli espatri è in pericolo poiché quasi la metà dei paesi Not Free bersagliano i propri cittadini migrati in altri paesi. Rispetto al 2005 sono aumentate le pulizie etniche. In seguito alla crisi migratoria del 2015, alcuni paesi sono peggiorati a causa di politiche sull’immigrazione aventi scarsa attenzione verso i diritti dei migranti.
Ciò che emerge dal report Freedom in the World 2019 è che la democrazia, dopo i successi ottenuti nel Ventesimo secolo e, in particolare, al termine della Guerra fredda quando i paesi dell’ex blocco sovietico si affacciarono a sistemi democratici, è in uno stato regressivo costante. Perdere di vista gli sviluppi e sottovalutare la condizione della democrazia nel mondo sarebbe un errore molto grave.
10 Dicembre 2018
Da Formiche.net
Di Marco Mayer, Direttore del Master in Intelligence e Sicurezza
Le società contemporanee sono caratterizzate dall’onnipresenza di computer, Reti e tecnologie digitali. In questo articolo non esaminerò gli straordinari vantaggi prodotti dalla grande rivoluzione tecnologica che contraddistingue la nostra epoca. Desidero, viceversa, accendere i riflettori su alcuni effetti collaterali negativi destinati a produrre conseguenze preoccupanti sul piano dell’ordinamento politico e della coesione sociale.
Solo in tempi recenti gli studiosi hanno posto al centro delle loro ricerche empiriche i lati oscuri della rivoluzione tecnologica (I. Ben Israel, L. Tabansky, N. Crouchi, M. Libicki, Melissa Hathaway, et al.), esaminando criticamente il rapporto tra tecnologia e potere o, per essere più precisi, le tensioni intrinseche che contraddistinguono le relazioni tra tecnologia e democrazia da un lato e tra libertà e sicurezza digitale dall’altro. In precedenza, sin dagli anni Novanta, la maggioranza degli scienziati sociali aveva esaltato acriticamente la democrazia digitale, legittimando la speranza illusoria di una partecipazione diretta del singolo cittadino alla gestione del potere.
Il tema della compatibilità tra tecnologia e democrazia pone, viceversa, innumerevoli e complesse domande di ricerca. Qual è l’impatto della rivoluzione digitale sul concreto esercizio delle libertà politiche e civili dei cittadini, sull’indipendenza dei media, sulla separazione dei poteri, sul diritto individuale alla riservatezza, sulla tutela delle minoranze, sui diritti sociali e del lavoro? In sintesi, possiamo riassumere le numerose domande in questi termini: quali sono le implicazioni della grande trasformazione tecnologica rispetto ai valori fondamentali dello Stato di diritto e del welfare state così come li abbiamo conosciuti sinora?
Non c’è qui lo spazio per argomentazioni approfondite. Tuttavia l’ipotesi che intendo sostenere è che l’invenzione della rappresentazione binaria – oltre agli straordinari vantaggi – possa farci perdere rilevanti sfumature producendo una ipersemplificazione della realtà, solo apparentemente razionale. Cosa conta davvero nelle società caratterizzate da un alto grado di digitalizzazione? Non il valore del messaggio, ma la velocità di comunicazione; non il contenuto del progetto, ma la potenza di calcolo; non il significato della storia, ma la capacità di memorizzare; non i valori etici da condividere, ma l’impatto del microtargeting e il successo degli influencer; non la qualità delle relazioni umane, ma la quantità delle connessioni.
Queste tendenze incidono profondamente sul piano cognitivo e comportamentale dando luogo a fenomeni di dipendenza (più o meno patologici) prodotti essenzialmente da due fattori: sul piano percettivo dalla capacità magnetica dei computer; sul piano psicologico dalla paura di disconnettersi (per non parlare del panico da smarrimento del proprio smartphone). Le proprietà caratteristiche delle società digitali a cui abbiamo sommariamente accennato creano a loro volta un contesto ambientale particolarmente adatto all’idea che stiamo vivendo nella cosiddetta epoca della post-verità (in cui le menzogne anti-vaccini sono solo la punta estrema dell’iceberg).
La post-verità è un’espressione divenuta virale negli ultimi tre anni (nel web la parola post truth nel 2016 è salita del 2000% rispetto al 2015). Al di là della sua genesi e del suo successo, la post-verità costituisce un terreno particolarmente fertile per canalizzare le più sofisticate campagne di disinformazione. In un mondo – per parafrasare Giorgio Gaber – in cui “tutto è falso e il falso è tutto”, la distinzione tra Stati democratici e regimi illiberali non avrebbe più alcun significato.
Non so quanto questo rischio interessi ai colossi della Silicon valley, ma a noi cittadini deve interessare moltissimo. Gli informatici e i data scientist, e più in generale i maghi degli algoritmi, non dovrebbero dimenticarsi che la libertà e la democrazia sono valori assoluti con cui la tecnologia (più o meno intelligente) deve adattarsi a convivere.